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Il lockdown culturale del modello occidentale

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In Francia dal 30 ottobre è stato disposto dal governo il lockdown generale. In Italia, Spagna, Inghilterra e Germania si sta per adottare questa drastica misura di contenimento della pandemia. Negli Stati Uniti la situazione è disastrosa. Stiamo vivendo la seconda ondata che era stata prevista dagli epidemiologi. Se a Febbraio/Marzo eravamo tutti impreparati ad affrontare questa pandemia piombata su di noi in maniera relativamente inaspettata, adesso non possiamo dire altrettanto. A parte qualche inqualificabile collega che ad inizio estate aveva straparlato affermando la fine del virus e dichiarando il libera tutti dalla morsa virale, questa seconda ondata era stata annunciata ed era prevedibile. E allora? Perché gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti si trovano nella situazione di dover ricorrere al Lockdown di nuovo per arrestare l’ondata epidemica? Perché soprattutto il mondo occidentale è in crisi?

Nel tentativo di trovare un comune denominatore che spieghi le cause di questa drammatica situazione possiamo forse avanzare l’interpretazione di una pandemia culturale accanto a quella virale. Mi spiego: dal dopo guerra purtroppo abbiamo abdicato alla nostra cultura mediterranea che ha le sue radici lontane nei classici latini e greci, lontani sì ma sempre rigorosamente attenti all’umanità in tutte le sue sfaccettature e a una visione d’insieme della realtà, sempre contestualizzata e mai distorta attraverso la lente di un aspetto particolaristico e semplicistico. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo ascoltato le sirene della cultura anglosassone americana basata pressoché esclusivamente su dinamiche economico-finanziarie con la fuorviante sensazione di onnipotenza legata alla delega indiscriminata alle risorse tecnologiche. La pressoché esclusiva attenzione all’economia e alla finanza, propria dell’impostazione occidentale e mutuata da oltre oceano, ha fatto sì che nel tempo si declassassero i valori della cultura, della formazione e della salute. Abbiamo assistito alla mutilazione dei fondi per la scuola, l’università, la ricerca e l’assistenza ai malati. Negli Stati Uniti, se da una parte i finanziamenti per la ricerca sono stati sempre più che soddisfacenti, il sistema sanitario privatistico ha da sempre presentato falle e criticità per una copertura omnicomprensiva. In Italia, stendendo un velo pietoso su ricerca, università e scuola, abbiamo spesso vantato il miglior sistema sanitario nazionale. Le criticità emerse a Marzo nella Lombardia con una sanità privata accreditata ingombrante e un’assistenza territoriale ridotta ai minimi termini, non hanno insegnato niente.

Se vogliamo uscire realmente da questa pandemia, forse nell’immediato l’unica soluzione è un nuovo lockdown, ma che non sia un lockdown culturale: in una visione meno miope e a più lunga gittata, pensiamo seriamente a riappropriarci della nostra cultura mediterranea con attenzione all’uomo, ai suoi valori, alle sue necessità materiali e spirituali, investendo in cultura, scienza e salute.

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Covid-19: letale per l’individuo o per il Sistema Sanitario?

L’infezione da Covid-19 ha causato in Italia un numero estremamente alto di decessi. Dati epidemiologici tra cui il numero di contagiati e di morti ci vengono continuamente presentati dai media nazionale. Sono numeri che per la loro entità fanno sicuramente impressione e che ci fanno riflettere.

Secondo un recente documento redatto dell’ISTAT in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, la mortalità nel mese di marzo 2020 in Italia, ha presentato una crescita dei decessi del 49,4% rispetto alla media dei decessi dello stesso mese del periodo 2015-2019. In particolare nel periodo che va dal 20 febbraio (data di segnalazione del primo caso italiano di Covid-19) al 31 marzo i decessi passano da 65.592 (media del periodo 2015-2019) a 90.946 del 2020. C’è quindi un eccesso di decessi di 25.534 unità. Nello stesso periodo il numero di morti Covid diagnosticati è 13.710, che rappresentano quindi, il 54% dell’eccesso dei decessi.

Il dato di eccesso di decessi presenta però differenze molto importanti tra regioni diverse.

In Lombardia, ad esempio, il numero di decessi aumenta da 11.1195 a 27.279 presentando quindi un aumento del 186,5%; nel Lazio, invece passa da 5.605 a 5.211 con, quindi, una diminuzione del 8,1%. L’eccesso di morti è quindi di più 16084 in Lombardia ed è addirittura in negativo di meno 394 nel Lazio. Questi elementi dimostrano quanto si modifichi la mortalità legata al virus in base alla regione analizzata.

In un articolo pubblicato sull’ “International Journal of Infectious Disease”, un gruppo di ricercatori italiani ha analizzato l’impatto del virus dell’influenza sull’eccesso di mortalità in Italia in 4 stagioni invernali, dal 2013/14 al 2016/17. L’eccesso di decessi nella stagione 2016/2017, l’ultima analizzata nella ricerca, è stato di 43336 pazienti deceduti, distribuiti in un lasso di tempo di circa quattro mesi. Questo eccesso di mortalità è infatti concentrato dalla 47 settimana alla 17 settimana, quindi più o meno dalla fine del mese di Novembre alla metà del mese di Aprile, circa quattro mesi appunto. Una distribuzione così diffusa nel tempo è stata riscontrata in modo simile nelle altre stagioni analizzate.

Appare subito evidente come i decessi determinati dall’influenza numericamente siano paragonabili a quelle determinati quest’anno in seguito alla epidemia Covid-19. La diversità tra la situazione sanitaria del 2016/2017 rispetto a quella attuale è ascrivibile alle differenze in termini di concentrazione spazio-temporale dell’epidemia.

Ritornando all’eccesso di decessi di 25534 unità, sempre nel medesimo documento redatto da ISTAT e Istituto Superiore di Sanità viene evidenziato il numero di 11824 di morti non attribuibili direttamente al Covid ma spiegabile sostanzialmente attraverso tre motivazioni: ulteriore mortalità associata a Covid 19 e non diagnostica (decessi a cui non è stato eseguito il tampone), mortalità indiretta correlata al Covid (decessi per danno ad altri organi determinato dal virus) e mortalità causata dalla crisi del sistema ospedaliero e dal timore di recarsi in ospedale.

Questa frazione di eccesso di mortalità pertanto può essere sicuramente attribuita allo stress subito dal sistema sanitario nazionale e regionale nel trattamento anche di altre patologie o nel non-trattamento legato sia alla paura del cittadino di accedere alle strutture ospedaliere sia dall’impossibilità di ricezione delle stesse.

Che i dati di letalità del virus siano fortemente condizionati dall’organizzazione sanitaria locale è dimostrato anche dalla diversità riportata tra regione e regione.

Infatti i dati riportati sono i seguenti: in Italia si attesta al 13,8%, 29684 decessi su 214.457 pazienti; in Lombardia è del 18%, 14611 decessi su 79369 pazienti; nel Lazio, infine, è del 7%, 538 decessi su 6995 pazienti.

Su un articolo recentemente pubblicato è stata presenta una ricerca condotta nella città di Kobe, in Giappone. Il team di ricercatori ha sottoposto 1000 pazienti ambulatoriali del loro ospedale, al test sierologico per la ricerca di anticorpi contro il Covid-19. I risultati hanno mostrato che 33 pazienti, quindi il 3,3% dell’intero campione, presentava gli anticorpi IGg contro il coronavirus, dimostrando quindi di essere stati infettati in precedenza dal virus.

I dati giapponesi basati sulla stima dei contagiati in base ai test sierologici dimostrano differenze estremamente elevate tra numero di positivi ai tamponi e numero di contagiati così come valutati dai test sierologici. La letalità del virus calcolata dalla percentuale dei morti sul numero dei contagiati ai test sierologici aumenta notevolmente il denominatore e riduce drasticamente la letalità al di sotto dell’1%. Sappiamo che in Italia sta iniziando una valutazione analoga su un campione che utilizza 150.000 test sierologici al fine di valutare la differenza tra contagiati rilevati con il tampone e contagiati rilevati con i test sierologici. Se anche i nostri dati confermeranno quanto hanno osservato i colleghi giapponesi anche da noi il dato reale di letalità del Covid-19 scenderà a livelli molto bassi, ridimensionando i dati attuali.

Rimettendo nella giusta ottica e prospettiva i dati finora raccolti, l’estremamente alta percentuale di mortalità osservata soprattutto in Lombardia e Piemonte si inserisce quindi anche nella debolezza di un sistema sanitario con criticità nell’assistenza territoriale, nel numero di posti letto in terapia intensiva e nella cattiva gestione delle residenze per anziani.

Anche al nord Italia, pesantemente colpito dell’epidemia, esistono differenze importanti rappresentate dal modello della regione Veneto che grazie ad una organizzazione sanitaria più efficiente è riuscita a gestire meglio l’epidemia con percentuali di mortalità significativamente più contenute.

Riassumendo, la letalità del virus in termini assoluti, considerata nei confronti diretti sui pazienti, non sembrerebbe così drammatica se anche in Italia verranno confermati i dati giapponesi e ridimensionati i dati di mortalità sul numero reale dei contagiati che allo stato attuale non conosciamo con precisione ma che è sicuramente di gran lunga superiore al numero dei pazienti positivi al tampone.

Quello che è certo è che la vera vittima di questo virus è il sistema sanitario e che la sua organizzazione determina in maniera preponderante la sua capacità distruttiva. Per essere più specifici, anche dal confronto con i dati di eccesso di mortalità nel 2016/17 riferita all’epidemia influenzale, ribadiamo che i dati a nostra disposizione di eccesso di mortalità in Italia, e soprattutto in alcune regione come la Lombardia e il Piemonte, sembrano legati non tanto alla letalità del virus di per sè quanto alla sua contagiosità che ha determinato una elevatissima concentrazione spazio-temporale di manifestazioni cliniche nei primi mesi di quest’anno e che ha messo in crisi sistemi sanitari non all’altezza di rispondere, almeno quantitativamente, a questo impatto.